L’emoglobina artificiale

Un sostituto del sangue umano, sempre pronto, semplice da trasportare e facile da conservare, che non sia veicolo di infezioni come l’epatite o l’aids, infine che non crei problemi di compatibilità tra gruppi sanguigni diversi.

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E’ l’obiettivo di un filone di ricerca, quello sul sangue artificiale, che dopo anni comincia a raccogliere i primi frutti.
Finanziata inizialmente dal governo statunitense, già ai tempi della guerra in Vietnam, la ricerca sui sostituti del sangue vede in scena, da un paio d’anni, un altro attore: un consorzio cui partecipano sia industrie private sia università di tutto il continente europeo, grazie a fondi Ue disponibili fino al 2007.

«Si chiama Euro blood substitutes project ed è un piano triennale: consente a ricercatori che si occupano del problema di interagire tra loro per mettere a punto un prodotto veramente efficace» riferisce Andrea Mozzarelli, docente di biochimica dell’Università di Parma e membro del consorzio.
Il sangue, quel fluido rosso che scorre nel nostro apparato cardiovascolare, svolge una funzione essenziale nell’organismo e quando se ne perde tanto si corrono vari rischi. Se per esempio il volume del sangue circolante scarseggia, si può mettere in difficoltà l’attività di pompa del cuore.
Se diventa carente, si riduce anche l’apporto di ossigeno ai tessuti veicolato dall’emoglobina contenuta nei globuli rossi. «Il primo problema si può risolvere facilmente con una flebo di soluzione fisiologica che vada a reintegrare il volume. Non sappiamo invece come portare l’ossigeno là dove serve» spiega Mozzarelli.

È per questo che si cerca di mettere a punto una sostanza artificiale che simuli la funzione dell’emoglobina. Le strade possibili sono due. La prima ricorre a sostanze chimiche, i perfluorocarburi, capaci di immagazzinare molto ossigeno e poi di rilasciarlo nei tessuti. Esistono già sostituti del sangue di questo tipo, che però provocano effetti collaterali. Perché il liquido si «carichi» bisogna che il malato respiri ossigeno quasi puro da una mascherina, cosa che ne limita in parte i benefici.
La seconda strategia si basa invece sulle tecniche di manipolazione genetica, il dna ricombinante: si fa produrre l’emoglobina da batteri, lieviti, animali, persino piante geneticamente modificate. Una volta ottenuta, prima di essere introdotta nell’organismo senza danni, va purificata.

Ma ci sono altri ostacoli da superare.
«L’emoglobina iniettata è libera, cioè non contenuta nei globuli rossi, quindi tende a dissociarsi nelle sue componenti e a fuoruscire dai vasi, provocando vasocostrizione e infarti» spiega Mozzarelli. «Per usarla bisogna stabilizzarla, aumentandone il peso molecolare. Si può coniugandola con altre sostanze, come i cosiddetti peghilati, o unendo tra loro più molecole con un processo di polimerizzazione».
I vantaggi di mettere a punto un’emoglobina artificiale sono molti. Per esempio?
Poiché gli antigeni che provocano il rigetto fra gruppi sanguigni diversi si trovano sulla superficie del globulo rosso, con l’emoglobina libera si supera il problema della compatibilità e anche quello della possibile trasmissione di infezioni, un vero dramma in paesi ad altissimo tasso di sieropositività da hiv come quelli africani.

I risultati di queste ricerche sono ancora parziali, come spiega l’esperto. «Esiste un solo sostituto del sangue umano già in commercio, ottenuto da emoglobina di mucca e utilizzato, al momento, in Sud Africa». La ditta produttrice, la Biopure corporation, è stata accusata di sfruttare la grave situazione del paese africano, dove non si può usare il sangue da donatori perché i sieropositivi superano il 60 per cento della popolazione.
La Biopur starebbe svolgendo, secondo le critiche, un test su larga scala.
Anche i prodotti in fase di sperimentazione in Europa e negli Usa sono sotto stretta osservazione per ragioni etiche: l’Fda ha per esempio autorizzato la Northfield laboratories a sperimentare il suo sostituto del sangue su persone in stato di incoscienza, spesso traumatizzati, senza averne il consenso.

Ad accelerare le ricerche vi è il fatto che per chi riuscirà a metterlo a punto il sangue artificiale sarà un’enorme fonte di reddito. Diverse società statunitensi hanno già perso tutto per aver investito su un prodotto sbagliato.

Il progetto europeo, proprio perché è un consorzio (pubblico e privato), dividendo le royalty di un’eventuale scoperta fra tutti i partecipanti, diluisce anche i rischi. «Inoltre, grazie alle competenze condivise abbiamo superato la resistenza tipica dell’industria che fa ricerca per se stessa» afferma Mozzarelli.
Per dimostrare la voglia di condivisione, i membri del progetto si riuniranno a Parma dal 17 al 20 settembre, per un bilancio della situazione. Saranno presenti esperti statunitensi, giapponesi e cinesi disposti a raccontare a che punto sono nel lavoro.
In platea alcuni ascoltatori particolarmente interessati: i testimoni di Geova. Per loro il sangue artificiale potrebbe essere il modo di superare il rifiuto della trasfusione da donatore.

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