OLOCAUSTO

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OLOCAUSTO

I TESTIMONI DI GEOVA FURONO TRA I PRIMI A DENUNCIARE LA BARBARIE NAZISTA CON LIBRI RIVISTE E CONFERENZE PUBBLICHE
31/12/2007 – A poco meno di un mese dalle celebrazioni relative il Giorno della Memoria del 27 gennaio, i Testmoni di Geova nell’ambito di una campagna nazionale di informazione relativa alla loro persecuzione, propongono degli spunti di riflessioni su chi sapeva e chi rimase in silenzio, o sulle cosiddette “vittime e spettatori.” Per giustificare i silenzi e le omissioni riguardo a quella che ora ci appare come la più raccapricciante tragedia del nostro secolo — lo sterminio di milioni di persone nei campi di concentramento nazisti — si invoca spesso l’attenuante delle scarse informazioni su cosa accadeva realmente sotto il regime di Hitler. È un ritornello pressoché costante: ‘Le informazioni non erano complete. Non era possibile conoscere la reale portata di quanto stava accadendo. Fuori di Germania, solo alcuni governanti sapevano quanto stava succedendo’. Ed è stato usato per giustificare il comportamento sia di governi che di organizzazioni laiche o confessioni religiose.
Ma in quegli anni, prima che si cominciassero a intravedere gli effettivi confini di quel crimine contro l’umanità che è stato il sistema concentrazionario, chi denunciava i fatti veniva tacciato di essere subdolamente fazioso, di voler proteggere interessi di parte, di un gruppo etnico o religioso, e così via. E se una minoranza levava la voce per denunciare le atrocità che venivano commesse non era neppure presa in considerazione, nella convinzione che si trattasse delle esagerazioni di fanatici.
Eppure la storia ha più volte mostrato che spesso le “esagerazioni” sono molto più vicine di quanto non si creda alla realtà dei fatti. Lo dimostrano anche i documenti che i testimoni di Geova hanno prodotto e divulgato per far conoscere la barbarie dell’”ordine del terrore” nazista. Si può fondatamente asserire che i Testimoni sono stati tra i primi a denunciare le crudeltà che avvenivano nei campi di concentramento, rivelando non solo le torture che venivano inflitte ai loro confratelli in Germania, ma anche le sofferenze patite da tanti altri gruppi di internati o singoli individui. Lo si rileva dalle loro stesse pubblicazioni.
Gli storici dicono che i primi campi di concentramento furono aperti all’inizio del 1933, proprio all’indomani dell’ascesa al potere di Hitler. E già a metà del 1933 i testimoni di Geova non esitarono a informare l’opinione pubblica di ciò che erano venuti a sapere. Coraggiosamente e andando contro corrente, nell’agosto 1933 la rivista Golden Age (pubblicata dai testimoni di Geova), ad esempio, riportava la corrispondenza di un giornalista, Frederick Birchall, sulla “rivoluzione nazista in Germania”:
“È stata realizzata a prezzo di indicibili difficoltà e sofferenze, come possono attestare le migliaia di cittadini onesti e patriottici che sono stati privati della casa e dell’impiego, le migliaia di oppositori politici che sono ora rinchiusi dietro il filo spinato dei campi di concentramento e condannati ai lavori forzati a motivo della loro opposizione, e le poche migliaia di persone autoesiliatesi per sfuggire ai terrori del nuovo regime”.
Descrivendo l’oppressivo “sistema spionistico” nazista, la stessa rivista diceva all’inizio del 1935:
“Può introdursi in qualunque abitazione privata, può far ricorso alla tortura, e non ci si può appellare contro le sue iniziative o le sue decisioni. Può operare arresti e incarcerare sulla scorta di semplici sospetti senza che le sue vittime ne sappiano le ragioni”. Più volte i Testimoni denunciarono che in Germania lo stato di diritto non esisteva più.
Le denunce non si fermarono qui. Nel 1937 Consolation dava una notizia inquietante a proposito di un nuovo gas venefico (l’Ott 20) prodotto in una fabbrica di Hochst, presso Francoforte. Dopo aver descritto i danni ambientali prodotti vicino al luogo di produzione, la notizia concludeva: “Il gas viene impiegato in via sperimentale nel campo di concentramento di Dachau”. Una notizia che farebbe bene a rileggere chi oggi arriva a stravolgere a tal punto i fatti storici da affermare che le camere a gas non siano mai esistite!
Inoltre, “i primi tedeschi ad essere internati nei campi furono i comunisti, i socialdemocratici, i sindacalisti, i Bibelforscher [o, testimoni di Geova], ecc.”, ricordano Sylvie Graffard e Léo Tristan nel loro libro I Bibelforscher e il nazismo (1933-1945). Anche per questo motivo, quindi, i Testimoni avevano notizie di prima mano sulle reali condizioni esistenti nei campi di concentramento nazisti.

Così, ad esempio, Franz Zürcher, un Testimone svizzero, documentò e denunciò vari casi di persecuzione e trattamento inumano nei confronti di suoi confratelli, raccogliendoli in un libro dal significativo titolo “Crociata contro il cristianesimo” (Kreuzzug gegen das Christentum), pubblicato in tedesco a Zurigo nel 1938, e l’anno dopo in francese a Parigi. Quelle pagine turbarono profondamente, per sua stessa ammissione, Thomas Mann — celeberrimo autore di La morte a Venezia e La montagna incantata — che spiegò in una lettera: “Non posso descrivere il sentimento misto di disprezzo e di orrore che mi ha colto sfogliando queste testimonianze di una bassezza umana ineguagliabile e di una crudeltà inqualificabile. Le parole non riescono a descrivere l’abiezione della mentalità che è rivelata da queste pagine che ci raccontano le orribili sofferenze di vittime innocenti fermamente attaccate alla loro fede. Vorremmo tacere di fronte a ciò che è impossibile qualificare, ma la nostra coscienza non ci rimprovererebbe forse questo silenzio?” F. Zürcher, Kreuzzug gegen das Christentum.
“La nostra coscienza non ci rimprovererebbe forse questo silenzio?” Sulla barbarie nazista molti — leader religiosi inclusi — mantennero quello che da più parti è stato giudicato un “silenzio colpevole”, adducendo svariate motivazioni. Ma i testimoni di Geova ebbero il coraggio di parlare. “Come si può rimanere in silenzio?”, chiedeva Consolation nel maggio 1939. “Come si può rimanere in silenzio di fronte agli orrori di un paese, come la Germania, in cui 40.000 persone innocenti vengono arrestate in un colpo solo; in cui 70 di loro sono state messe a morte in una sola notte in una sola prigione; in cui l’unico modo per sfuggire all’arresto è vagare nei boschi o spostarsi, notte e giorno, da un posto all’altro in treno; in cui il proprio mobilio viene bruciato nelle pubbliche piazze; in cui la folla cerca di impedire a una donna di fuggire da un edificio in fiamme; in cui tutte le case, gli istituti, gli ospedali per gli anziani, i poveri e i bisognosi e tutti gli orfanotrofi vengono distrutti? 520 sinagoghe sono state date alle fiamme”. La rivista proseguiva poi fornendo agghiaccianti particolari sulle sadiche torture inflitte agli internati del “campo di concentramento di Dachau”, nel tentativo di punire anche “la più piccola deviazione dalle regole ariane”.
Pochi mesi dopo i Testimoni di nuovo tornarono a levare coraggiosamente la voce per denunciare all’opinione pubblica mondiale quanto stava accadendo in Germania, non solo ai loro correligionari, ma a centinaia di migliaia di altre vittime inermi. Martin Harbeck era un Testimone che in quegli anni risiedeva in Svizzera e teneva i contatti con i suoi confratelli tedeschi. In un resoconto preparato per la rivista Consolation, Harbeck scrisse:
“Il trattamento dei prigionieri non è identico in tutte le parti della Germania, e in effetti chi è in prigione è trattato meno crudelmente di chi si trova nei campi di concentramento. Ma il grido per i crimini commessi dai gangster nazisti con l’approvazione ufficiale dell’attuale governo tedesco giunge sino al cielo; e se solo una piccola parte di quei crimini fossero conosciuti e creduti dalle persone sincere del mondo, questa conoscenza spingerebbe indubbiamente tutti gli uomini buoni del mondo a considerare simili barbari con disgusto e disprezzo”.
Sempre rifiutandosi di mantenere un silenzio omissivo, questa piccola, e purtroppo inascoltata, minoranza religiosa rese noti in quegli anni vari particolari sul sistema concentrazionario nazista di cui veniva via via a conoscenza. Così, in un articolo intitolato “Sadismo Über Alles”, Consolation del 26 luglio 1939 (pp. 3-4) chiedeva: “Quanti sanno che nella Germania nazista esistono campi di concentramento per le donne?”, e riferiva poi le terribili vicende di una non Testimone detenuta per un certo periodo nel campo di concentramento di Licthenburg, dove, su 1.000 internate, 150 erano ebree e ben 300 testimoni di Geova. “Le urla delle donne bastonate nelle loro celle erano agghiaccianti, e non le potrò mai cancellare dalla mia memoria”, diceva la donna.
Anche nei mesi successivi all’inizio del secondo conflitto mondiale i Testimoni continuarono coraggiosamente a far conoscere all’opinione pubblica cosa stava effettivamente succedendo nei campi di concentramento nazisti. “Ci sono abbondantissime prove”, scriveva Consolation all’inizio del 1940, “che, da Hitler in giù, ogni nazista si sente libero di assassinare chiunque desideri. Ma all’inizio dello scorso ottobre [1939] nei campi di concentramento si è assistito a una sorta di saga dell’assassinio, col dichiarato fine di liberarsi di tutte le personalità scomode, di terrorizzare i superstiti, e di far spazio per nuove vittime”.
“Soluzione finale” era un’espressione ancora ignota ai più, quando i testimoni di Geova denunciavano lo spietato sterminio degli ebrei da parte dei nazisti. Di quanto era successo in Polonia tra la fine del 1939 e l’inizio del 1940, Consolation diceva:
“Quando la Germania iniziò la Blitzkrieg che avrebbe scatenato la seconda guerra mondiale, in Polonia c’erano 3.500.000 ebrei. Il Weltkampf di Monaco afferma che costoro devono essere distrutti, e se le notizie che raggiungono il mondo occidentale sono esatte la loro distruzione sembra in corso. . . . Credereste che a Hrubieszhow a 400 ebrei portati a forza in una piazza è stato ordinato di correre il più possibile e che, mentre lo facevano, sono stati falciati dalle mitragliatrici; che in pieno inverno 1.200 sono stati costretti a guadare il fiume Bog e che nel tentativo hanno perso la vita; che a Konin a 1.340 ebrei sono stati concessi 15 minuti per lasciare la città; che a Kola 217 ebrei, caricati su un treno merci a Lodz senza sapere la loro destinazione, sono stati chiusi a chiave dentro ai vagoni dove molti sono morti di freddo e di fame; che interi gruppi di ragazze ebree si sono suicidate per non andare a finire nei bordelli nazisti; che in 4 mesi 60.000 ebrei polacchi sono stati sterminati nei campi di concentramento; che 1.322 ebrei si sono suicidati a Varsavia, 625 a Lodz, 440 a Cracovia, e tantissimi altri in molte città polacche; che intere famiglie si sono suicidate; che le donne sono state costrette a scavare le fosse per i mariti e per i padri; che più di 5.000 anziani, donne e bambini sono stati buttati fuori dalle loro abitazioni a Katowice e trasferiti a forza nel nuovo ghetto di Lublino; che gli ebrei quando vengono trasferiti a forza da una città all’altra devono lasciarsi dietro tutti i loro effetti; che 80.000 ebrei sono stati uccisi nel bombardamento di Varsavia e 30.000 sono stati confinati nel nuovo ghetto di Lublino?” E ancora, nel 1943, i Testimoni denunciarono anche il fatto che “intere nazioni come i greci, i polacchi e i serbi vengono sistematicamente sterminate”.
Che riflessione si può fare leggendo i brani pubblicati tra il 1933 e il 1942 dai testimoni di Geova sulle barbarie compiute nei campi di concentramento e sull’”Olocausto”? Che ancora una volta notizie vere e inquietanti sono state minimizzate o persino rimosse dalla coscienza semplicemente perché provenivano da quella che era — in modo superficiale, o persino sprezzante — considerata una “setta”. Tuttavia, i saldi valori morali di cui era, ed è tuttora, portatrice hanno impedito a questa minoranza trascurata — e spesso, purtroppo, disprezzata dai più — di chiudersi in un silenzio di comodo. A un convegno sull’Olocausto tenuto nel settembre del 1994 presso il Museo dell’Olocausto di Washington, uno storico britannico, la professoressa Christine King, ha detto: “I testimoni di Geova ebbero il coraggio di parlare. Parlarono chiaro fin dall’inizio. Parlarono con una sola voce. E parlarono con enorme coraggio, il che è una lezione per tutti noi”.

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